Istanbul
La proposta della “mia” Istanbul vuole essere una ricostruzione di significati personali. Le immagini sono state poggiate su un “tavolo”, come quando disponiamo oggetti interessanti raccolti durante una passeggiata: un sasso, una foglia, un legno dalla forma strana. La macchina fotografica-raccoglitore di oggetti che sbiadiscono nella memoria, ma che d’incanto riappaiono quando si riapre la scatola che li contiene. Gli “oggetti”, riscoperti dopo tanto ripensare, hanno assunto significati “altri”, dandosi ordine e muovendosi nel momento in cui sono stati ripresi, poggiati e osservati di nuovo a distanza. Qualcuno ha definito la fotografia come un’arte nera. Come l’alchimia che trasforma la materia in spirito, il momento in anima. Ancora di più tale trasmutazione è avvenuta in una città come Istanbul: polimorfa, ambivalente, ombrosa, con mille sfaccettature, con sonorità suadenti tra il malinconico e il romantico. Gli “appunti fotografici” di questa raccolta non potevano che essere una trasformazione di vissuti personali che hanno tracciato un percorso tra i simboli percepiti di una città straordinaria, vasta e potente, intima e accogliente, nascosta e pericolosa, luminosa e aperta, povera e disadorna, opulenta e ricca.