Sconfitta

Da: Roberto Weber, PERCHE’ CORRIAMO?  Einaudi

Nella definizione dell’immaginario collettivo americano Hemingway rappresenta un punto di riferimento importante. Per raccontare e dare senso alla vita dell’uomo, Hemingway sceglie la caccia, la guerra, la morte, il pericolo.

Basta scorrere alcuni dei suoi 49 racconti per accorgersene – L’invitto, Breve vita felice di Francis Macomber, Il lottatore: uomini soli alle prese con la morte, la frustrazione, la paura, in una prova che è sempre senza appello.

È Una pessima telematizzazione importante la sua perché, da allora a oggi, la messa a fuoco di “vincenti e perdenti” costituirà uno dei terreni più proficui per il giornalismo, la letteratura e naturalmente il cinema.

E tuttavia c’è in Hemingway e nella sua capacità mimetica qualcosa di eccessivamente letterario. Insomma è un prendersi troppo sul serio. Personalmente ho sempre preferito il tubercolotico Dashiell Hammet che, uscendo di galera dopo avervi trascorso sei mesi con l’accusa di essere comunista, a un cronista che lo interrogava si limitò a mormorare “be ho conosciuto posti peggiori”. Negli occhi di quella battuta ritrovato il mio amico Aldo che in certe mattinate crude d’inverno, alla partenza di sei feroci chilometri di corsa campestre, allevia il mio smarrimento sussurrandomi ridendo “non c’è da aver paura, dobbiamo semplicemente soffrire, soffrire, soffrire”. Nel suo atteggiamento scanzonato più del desiderio di rimuovere la paura, il dolore, la stessa frustrazione per una sconfitta annunciata, c’era la volontà di assumerli “con divertimento”, di trasformarli in una zona di esperienza da esplorare.

La peculiarità del rapporto che gli Americani mantengono con la sconfitta, emerge con plasticità se guardiamo ad alcuni episodi del grande mezzofondo considerati “drammatici” da molti commentatori. Mary Decker Slaney in qualche modo ci appare “tipica”: nella finale dei 3000 m piani alle Olimpiadi di Los Angeles entra in collisione con la giovanissima Zola Budd, cade e non riesce a riprendere la corsa. La delusione e la rabbia si trasformano in un pianto irato e irredimibile, che nel dopo gara diventerà una violenta requisitoria contro la rappresentante sudafricana che corre sotto bandiera inglese. Ciò che Mary Decker semplicemente non riusciva ad accettare era che per quanto duramente si fosse allenata, per quanti grandi fossero le sue aspettative e per quanto vincente si sentisse in quella giornata, ci potesse essere qualcosa che sfuggiva alla “contabilità generale” la mano inattesa del destino, o -chissà?-  Il gioco sottile del maligno. No, Mary Decker riteneva di aver sottoscritto un contratto particolare con il buon Dio che le riconosceva il diritto di vincere, poiché vincere contribuisce alla felicità e la Costituzione americana stabilisce il diritto di ogni uomo e donna ad essere felice. Diversamente dagli orari omerici che accettano la loro sorte, Mary quel giorno continuò a rifiutarla in mondovisione, con plateale e infantile ostinazione.

Non sappiamo cosa provò Roger Moens alle Olimpiadi di Roma, cui giunse debilitato da una tendinite, dopo aver perso la migliore  chance olimpica a Melbourne quattro anni prima, per un banalissimo incidente. Era la sua ultima occasione di vincere i Giochi e la smarrì contro Peter Snell per sette centesimi di secondo, dopo quattro gare in 52 ore. Non seguirono acting out, proteste o conferenze stampa cariche di pathos e lacrime. Forse il grande Roger, accettò quell’ulteriore frustrazione, In termini di colpa personale da sopportare in silenzio, ma potrebbe darsi che Moens  fosse riuscito a mantenere un legame sotterraneo  con i suoi compagni di corsa, il senso di una profonda parentela, il riconoscimento di quel “common bond” di cui parla Hawthorne, che riusciva a sottrarlo al demone dell’individualità per restituirlo a 1 appartenenza più basta.

Sono, ahimè, cose che nascono naturalmente come frutto dell’esperienza, della vita, o forse della percezione fondante di essere comunque relativi. Sto pensando a un corridore italiano Scartezzini, chi al tempo delle Olimpiadi di Mosca deteneva la miglior prestazione mondiale sui 3000 siepi e che fu costretto a rinunciare ai giochi perché, diversamente dai sui compagni, apparteneva al gruppo sportivo militare. E sto pensando al grande Sebastian coe, cui fu negata una wild card per le sue terze Olimpiadi, entrambi sia pur diversi per fama e fortuna, si limitarono ad accettare la carta “sporca” del destino lasciando forse intendere che anche essere “esclusi” ingiustamente poteva far parte delle regole del gioco.

È probabile che l’abitudine a prendersela con il fato, o la sfortuna, si sia accentuata in questi ultimi vent’anni.

L’autopercezione dell’atleta, infatti, non è più solo l’esito del vissuto della propria forza, abilità, capacità di sofferenza, ma anche il prodotto dell’immagine riflessa dei media, quella sorta di aura che giornali e tv costruiscono attorno al malcapitato atleta.

Un buon terreno per capire questo scivolamento sta nel modo in cui giornalisti, esperti e atleti stessi trattano il problema degli infortuni. A essere chiamati in causa sono ancora la sfortuna, il destino avverso, addirittura l’intervento di divinità ostili, quanto nella grandissima parte dei casi l’infortunio è l’esito di incarichi di lavoro eccessivi per quel singolo atleta.

Così, anziché essere il segnale di una soglia raggiunta, dell’idea che il suo stesso corpo costruito per la velocità non può caricarsi di troppa velocità, l’ infortunio diventa una sorta di risvolto ideologico marxiano, di falsa conoscenza, di rimozione dei tuoi limiti…

In tempi di massima sofisticazione, dunque, riscopriamo le tracce di un mondo arcaico, pagano, animato da spiriti avversi o amici, un mondo che per molti versi elude l’idea della responsabilità individuale, l’idea di dover accettare ed elaborare la sconfitta.