Solitudine
Da: Marco Aime, COMUNITA’, Il Mulino
E in ultimo arrivò il Web
La solitudine della rete
Se la città ha generato una nuova topografia, il Web l’ha manipolata e dilatata in modo estremamente rapido e radicale. Le nuove forme di comunicazione digitale hanno assestato un altro colpo ai legamii in prossimità. Basta osservare come nei luoghi pubblici, dal treno alle sale di aspetto più affollate, la maggior parte della gente è impegnata a guardare il suo cellulare piuttosto che a tentare una conversazione con il suo vicino. Nessun dialoga più, preferendo comunicare con qualcuno che non è presente, che è distante.
Amici e parenti vengono ridotti a vocii o meglio a parole scritte, spesso abbreviate. Chi è lontano sembra essere più importante di chi è vicino. Si manifesta una sorta di crisi della presenza voluta. Lo smartphone offre una continua sensazione di connessione con il più ampio mondo sociale, generando così uno spazio virtuale nuovo, aldilà di quello reale vissuto. Da face to face si è passati allo screen to screen.
La Rete è una entità giovane e non ha ancora sviluppato un lessico proprio, per cui si vede costretta a pescare da quello della sociologia classica. Ma community non è la mera traduzione di comunità: ha caratteristiche profondamente diverse. Una comunità on-line, infatti, manca di una delle caratteristiche base che tradizionalmente definiscono il concetto classico di “comunità”: il trovarsi prossimi spazialmente, cioè l’essere a contatto nello stesso luogo, in modo da vivere la stessa realtà e credere dei valori e dei significati condivisi, quindi un senso di appartenenza.
Agli inizi si è proposta molta enfasi sulla capacità della Rete di costituire una sorta di alternativa alle strutture e ai legami tradizionali, di dar vita a nuove forme di aggregazione, se per “aggregazione” non ci limitiamo solamente a intendere la condizione di un luogo fisico, ma anche la creazione di spazi mentali comuni, di terreni culturali condivisi. La domanda che però, dopo un paio di decenni, viene spontanea è: piattaforme come Facebook, Instagram o
Twitter sono solo luoghi dove cazzeggiare o rappresentano anche dei collanti culturali?
Il fatto che un certo numero di persone interagisco contemporaneamente, magari anche per periodi ripetuti e prolungati, in uno spazio comune, crea valori e significati condivisi che possono definire un senso d’appartenenza? Quello spazio è in realtà uno spazio mentale, che non permette di condividere l’esperienza in senso pieno, venendo meno la fisicità e tutto il corredo di emozioni e codici fondati sul linguaggio del corpo.
L’interlocutore si è smaterializzato, e diventato virtuale.